Fiori di Arancio

I will have poetry in my life and adventure and love. Love above all…Love like there has never been in a play. (Shakespeare in Love)

No kids or no brain? novembre 16, 2010

Più le trovate di oltreoceano sembrano assurde, più noi del bel paese non ce lo facciamo dire due volte ad adottarle con festante entusiasmo.

Avevo già parlato qui del movimento, associazione o quello che è No Kids.

In pratica  si tratta di un gruppo di esseri umani che accoglie con gioia nel migliore dei casi, o nel peggiore spinge, il divieto per i bambini di frequentare alcuni ristoranti, alberghi, voli.

Dai commenti  all’articolo apparso oggi sul corriere della sera online, vedo che questo movimento viene salutato da diversi lettori italiani con parole di giubilo, tipo “sacrosanto!”, “bambini insopportabili”, “sarebbe un sintomo di civiltà”, “era l’ora”, ecc…

Tengo per me il giudizio che ho di loro, vorrei però dirgli che, per amore di coerenza, spero non si trovino tra coloro che si battono altrove contro la discriminazione di altri esseri viventi.

Perchè questa è a tutti gli effetti discriminazione. Se dobbiamo vietare l’ingresso in un locale ad un bambino (ma che faccia tosta fare anche il simbolo!), perchè non vietarlo a:

- gli anziani: sono lenti, portano la dentiera, che fastidio vederli mangiare, potrebbero essere incontinenti, a volte un po’ maniacali e rompiscatole (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- ai gay: sono troppo espliciti nelle loro manifestazioni di affetto, sono spesso arroganti e pretenziosi (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- ai single: viaggiano da soli in macchina, creando traffico e rubando parcheggi alle famiglie che con  il posto di una macchina muovono di media 4 persone (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- ai  disabili: richiedono troppe cure, ambienti adatti, scivoli, bagni dedicati (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- ai cani: danno fastidio almeno quanto i bambini (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- agli immigrati: la loro cultura spesso non corrisponde alle nostre abitudini, la loro cucina può provocare odori a noi (sottolineo a noi) sgradevoli che gli restano sulla pelle (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- ai tifosi di calcio: fanno troppa confusione, gridano, dicono le parolacce (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- ai musulmani: le loro donne portano il velo, a volte coprono il viso, la loro vista potrebbe dare fastidio alle femministe convinte

- ai testimoni di geova: si potrebbe correre il rischio di essere evangelizzati mentre si arrotolano le fettuccine con il ragù (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- alle donne: sono imbranate, non rispettano gli orari, soprattutto sono le madri di questi mostri maleducati e urlanti che danno sempre fastidio al ristorante e in aereo (non tutte certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

- agli uomini: sono la prima causa di morte per le donne (secondo quanto riportano alcuni siti che citano datati e non corretti rapporti ISTAT), non vorrete mica condividere il ristorante, l’albergo, l’aereo con un potenziale assassino (non tutti certo, ma più o meno nella stessa percentuale di quanti sono i bambini “maleducati”)

Ne potrei aggiungere altre, ma ho la mia prole, tanto desiderata, tanto amata, tanto curata in tutti gli aspetti della sua crescita (comprese le buone maniere e la libertà di esprimersi e di essere se stessa) e non ho molto tempo da trascorrere al computer.

Si potrebbe tornare a prima di Martin Luther King quando i neri sugli autobus sedevano dietro (e che privilegio! almeno condividevano lo stesso autobus dei bianchi, i nostri figli invece, secondo queste teorie strampalate, dovrebbero essere messi su aerei diversi!), oppure si potrebbe tornare a ragionare con la testa che sarebbe meglio.

 

Imbrogliati ed imbroglioni maggio 5, 2009

C’è una bellissima frase di uno degli ultimi post di Klee che mi ronza nella testa:

non sono io che volevo fregare la vita usando i tarocchi, ma sei tu che hai fregato me“.

Oggi mi è capitato di leggere alla prole la storia dei vestiti dell’imperatore.

E mi ha colpito lo stesso atteggiamento, del lasciarsi fregare perchè si vuole “fregare” la vita o qualcun altro. In questo caso l’imperatore è stato coerente e ha portato il corteo fino alla fine, prendendosi la responsabilità della sua scelta.

C’è anche il paese degli Acchiappacitrulli di Pinocchio in cui il giudice, invece di punire il gatto e la volpe, punisce Pinocchio per aver creduto di poter far crescere un albero pieno di soldi.

Interessante perchè in queste storie chi cerca la scorciatoia, chi crede di fregare la vita, in una qualche maniera viene fregato da chi è più furbo e disonesto nel caso di Pinocchio, o da chi è più innocente ed onesto nel caso dell’imperatore.

Immagino l’imperatore a difendersi: “ma loro mi hanno detto che erano stoffe miracolose che non potevano essere viste dagli stupidi e dagli indegni” o Pinocchio in tribunale: “ma quei due mi hanno fatto credere che sarebbe cresciuto un albero di monete d’oro”.

Senza togliere la responsabilità agli imbroglioni di queste storie (che lo sono per davvero – nel caso che a me sta a cuore invece di imbroglio ce ne era ben poco, ma tant’è), credo che nella vita da tutto si possa imparare.

C’è un dono che possiamo cogliere da queste esperienze. Se voglio “fregare la vita” e la “vita mi frega” posso prendermela con qualcuno che mi ha “plagiata” oppure posso ringraziare la vita che mi apre gli occhi e fare un percorso che mi porta a diventare da “burattino” a “bambino vero”.

 

Varcare una soglia aprile 3, 2009

Ci sono certe cose che non si fanno.

La legge ne impone molte sia per ragioni di convivenza civile, sia – soprattutto – per motivazioni più profonde insite nel cuore dell’uomo che si riconducono a quello che viene chiamato il diritto naturale.

Le religioni ne impongono altre, che possono coincidere o divergere ma che a volte possono essere più restrittive della legge dello stato.

Poi ognuno ha la sua morale (formata attraverso la famiglia di origine, la scuola, le eseprienze individuali, le relazioni, l’amore, l’aver generato figli) che può stringere ancora di più il campo di quali sono le cose che si possono fare.

Tuttavia siamo nati liberi. Siamo nati liberi per lo stato e per nostro Signore (almeno per la visione che ho io di nostro Signore).

E abbiamo avuto un grande dono che la legge chiama infrazione o reato, la religione chiama peccato, la coscienza non so.

Ed è un aspetto che ho spesso ignorato nella vita. Ma, sarà che siamo in tempo di quaresima e ci avviciniamo velocemente al mistero della Santa Pasqua, sarà che la vita ci cambia, ma ultimamente penso molto al senso del peccato.

Credo davvero che non bisogna peccare, sia dal punto di vista laico che religioso. Credo che sia giusto comportarsi in maniera moralmente retta, fare delle scelte sulla base di che cosa è giusto o no. Anche solo per se stessi. Anche solo perchè “io certe cose non le faccio” perchè è quello in cui credo.

Ma sto scoprendo anche l’importanza del peccato, dell’errore. E ho una grande stima per chi ha varcato certe soglie del peccato e anche della morale e non è fuggito da se stesso e da Dio (per chi ci crede), ma ha dialogato con il suo “peccato”.

Perchè il peccato è quello che ci fa essere umani, è quello che ci impedisce di lapidare la Maddalena perchè in fondo, nel nostro cuore, siamo tutti come lei.

E’ quello che ci dona la compassione e la misericordia. E il perdono.

E non lo fa perchè mal comune mezzo gaudio, perchè vedere il tuo giustifica il mio, ma perchè se so come mi sento nell’errore, nella ricerca del perdono, non posso non comprendere le tue contraddizioni, la tua ricerca, il tuo errare, la tua umanità.

Conta, eccome se conta, quello che si fa o non si fa in sè. Ma conta altrettanto la capacità di dialogare con se stessi, davanti a quello che si fa o non si fa e davanti alle tentazioni che la vita ci offre.

 

La guerra di Piero marzo 31, 2009

Credo che tutti conoscano la famosa canzone di Fabrizio De Andrè “La Guerra di Piero” di cui c’è il video in fondo al post.

Pensavo a questa canzone e mi chiedevo chi dei due ha fatto la cosa giusta.

Piero non ha sparato, ha preferito morire piuttosto che “vedere gli occhi di un uomo che muore”.

L’altro soldato no, ha preferito dover dialogare con se stesso per aver ucciso un uomo (era in guerra, chissà forse anche altri) piuttosto che morire.

Ovviamente parliamo di un contesto di guerra, dove la percezione di se stessi, del valore della vita, dell’essenziale credo sia molto diversa rispetto a quanto siamo abituati a vivere quotidianamente.

Eppure persone come Piero è documentato che anche in guerra esistevano, non è solo il romanticismo della canzone. Di eroi che erano normali uomini ce ne sono stati tanti.

Eppure ci sono state anche persone come il soldato che lo ha ucciso, anche queste persone normali, che però hanno fatto una scelta diversa.

Immaginavo la moglie di Piero, “Ninetta mia”- vedova, magari madre di figli piccoli cresciuti senza un padre- che raccontava ai suoi figli ormai grandi che il loro padre aveva preferito morire piuttosto che uccidere un altro essere umano.

Poi immaginavo l’altro soldato che raccontava ai suoi figli ormai grandi come è crudele la realtà della guerra e come ci si sente dovendosi prendere la responsabilità davanti a se stessi, ai propri figli e a Dio di aver ucciso un essere umano, seppure in condizioni disperate.

Oggi non vorrei cercare una risposta. Vorrei solo guardare le due esperienze.

E per trasporle alla vita comune inizio a chiedermi se fa più male il dolore che si riceve o quello che, magari anche involontariamente o inevitabilmente, si genera.

Inizio anche a pensare che una via, una specie di catarsi, in entrambi i sensi, sia riconoscere la verità, prendersi la responsabilità di entrambe le facce della medaglia, per scoprire che l’altro, quello che “ha il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore” non è diverso da me e che forse può esistere una strada che non genera dolore, ma lo supera e che avrebbe impedito ai due soldati di spararsi.

Ovviamente anche io sto romanzando e penso di spingermi oltre quello che De Andrè voleva raccontare.

Ma io l’ho sempre apprezzato per la sua capacità, nella semplicità della sua poesia, di non dare tutto per scontato, di mostrare un’altra parte della vita, di far nascere nella testa e nel cuore delle persone, domande di non facile soluzione.

 

Noi ci scommettiamo marzo 17, 2009

“Scommettiamo ogni giorno sul successo del nostro matrimonio non sul suo fallimento”

Ho letto questa frase su un commento di Cosimo ad un blog che seguo.

Non voglio dire molto di più se non che nella vita si può scegliere di costruire.

O di distruggere.

Come Cosimo e sua moglie anche noi scegliamo di costruire.

E scommettiamo ogni giorno sulla riuscita, non sul fallimento.

 

Il padre e il maestro marzo 15, 2009

Avere i figli apre gli orizzoni, anche cinematografici, così ieri, in ritardo rispetto alle altre famiglie, ci siamo trovati a vedere Kung Fu Panda.

Con mio marito notavamo con sollievo quanto, nonostante la società vada, almeno a noi sembra, nella direzione opposta alla famiglia, al padre, al rispetto per un maestro, alla sacralità, alla possibilità di fare un cammino interiore per esplorare se stessi e trovare il proprio “destino”, gli archetipi che vengono invece  presentati ai bambini portano ancora con forza questa traccia.

Il film offre davvero molti spunti da poter scrivre molto, ma quello che più mi ha colpito, forse perchè tanto in sintonia con il percorso nel quale ho camminato e con quello che gli è accaduto, è la relazione con il padre e con il maestro.

Qui si può trovare la trama del film.

Po, il Panda, chiede quale sia la storia di Tai-Lung, il cattivo dei cattivi che lui si prepara ad affrontare per difendere la Cina.

E i suoi compagni gli raccontano che “Tai Lung non era un semplice allievo. Shifu lo trovò che era un cucciolo e lo crebbe come figlio suo. E quando il piccolo dimostrò talento per il Kung-Fu, Shifu lo addrestrò. Credette il lui. Gli disse che era destinato alla gloria. Non esisteva limite per Tai-Lung. Voleva la pergamena del Drago, ma Oogway vide le tenebre nel suo cuore e rifutò. Fuori di sè Tai-Lung devastò la vallata. Tentò di prenderla con la forza. E Shifu doveva distruggere quello che aveva creato. Ma come poteva? Shifu amava Tai-Lung come non aveva mai amato nessuno prima. O dopo.”

Quando il maestro Shifu crede che tutto sia perduto, che il Panda Po non sia per davvero il Guerriero Dragone ed affronta lui stesso Tai-Lung, questi gli rivela che tutto quello che voleva era che il suo maestro fosse orgoglioso di lui e gli desse per questo la pergamena del dragone. E il maestro risponde “ero orgoglioso di te, ero così orgoglioso che il mio orgoglio mi ha accecato e mi ha impedito di vedere che cosa stavi diventando”.

Come nel film, anche nella nostra storia, che però è vera, abbiamo assistito ad un maestro tradito dalle persone che più ha amato e di cui era più orgoglioso, orgoglio che ahimè gli ha impedito di vedere che cosa stavano diventando.

Po, il Panda invece cercava solo se stesso ed era combattuto tra il suo sogno di diventare un campione di Kung-fu e la strada che il padre aveva tracciato per lui che era quella di ereditare il ristorante di famiglia ricevendo l’iniziazione all’ingrediente segreto, tutt’al più avendo la libertà di scegliere se tagliare le verdure a fettine o a listarelle.

Apparentemente Po tradisce il padre per il maestro. Sceglie la strada del Kung-Fu perchè riconosciuto dal saggio Oogwai come il Guerriero Dragone, l’unico che può sconfiggere Tai-Lung.

Ma nè lui, nè il maestro Shifu sanno comprendere il messaggio della pergamena segreta, quella che dà il potere del Kung-Fu al Guerriero Dragone.

Tutto è perduto e, sconfitto Po, torna da suo padre.

Ma proprio in quel momento il padre gli rivela l’ingrediente segreto, dandogli l’iniziazione nella sua discendenza.

Ed è proprio grazie all’iniziazione del padre, grazie all’ingrediente segreto degli speghetti, che Po comprende il significato della pergamena e trova la forza di combattere di salvare il villaggio dal terribile Tai-Lung.

Finalmente Po trova la sua strada, suo padre è orgoglioso di lui e ritrova anche il suo maestro.

Perchè, come nella nostra storia che è reale, quando un maestro offre un cammino per trovare se stessi, l’allievo arriva ad un punto in cui comprende che la vera “iniziazione”, la vera benedizione per diventare uomo può riceverla solo da suo padre, nella discendenza di suo padre, che conosce un ingrediente segreto per il figlio che anche il maestro ignora.

E maestro e padre non sono in conflitto, ma lavorano insieme perchè questo allievo diventi uomo e compia il suo destino.

 

Insegnamenti ottobre 18, 2008

C’è un argomento di cui mio marito ed io parliamo spesso.

La scuola. Non quella della riforma Gelmini (che se è buona o no non si riesce a capire dai can can mediatici), nè delle forme quantomeno insolite di protesta, nè di tutto quello che si dice intorno alla scuola in questi tempi.

Parliamo di un fenomeno che neanche la migliore riforma riuscirà a cancellare: l’onnipresenza femminile.

Prendendo spunto da questo interessante articolo e aggiungendo la nostra esperienza, ci rendiamo conto  di quanto la scuola sia delle maestre/professoresse, presidi/coordinatrici didattiche, bidelle, psicologhe, consulentesse didattiche mamme, nonne, zie. Sempre in qualunque ordine e grado, in mano a donne.

Non che non ci siano gli uomni, sebbene molto pochi. Ma, esclusi rari casi, abbiamo osservato che gli uomini che girano nella scuola sono comunque complici se non promotori di questo dominio femminile.

Ci chiedevamo allora come dovrebbe essere un maestro. E siamo giunti alla conclusione che fino a tutte le scuole elementari i bambini sono troppo piccoli per uscire da un mondo materno che la maestra (o le maestre) ancora rappresenta. E allora è sicuramente meglio una maestra/mamma che un maestro/mammo.

Diverso poi per le medie, ma questo è un altro discorso.

Eppure ci dicevamo che questo dominio femminile a noi proprio non piace.

E non ci piace perchè è un mondo di donne per donne, dove per l’uomo non c’è spazio. Cancellato eliminato.

E ci chiediamo quale spazio di identificazione possa trovare un bambino maschio.

E ci chiediamo quale idea del mondo maschile si possa fare una bambina femmina.

E ci diciamo che ci deve essere un’altra strada perchè l’insegnamento dei bamibini piccoli sia affidato alle donne senza che queste ne facciano una loro colonia.

Mi immaginavo maestra. Premesso che non è il mio mestiere nè ne ho le competenze, immaginavo come portare ad una classe di bambini uno spirito maschile oltrechè femminile.

Non si può. Potrei insegnare il rispetto, una via, come in fondo faccio a casa come mamma ( e sarabbe già molto per passare dal dominio all’insegnamento).

Ma non potrei trasmettere quella magia che è essere uomo che si tramanda di padre in figlio.

Come un uomo non potrebbe trasemttere la magia di essere donna che si tramanda di madre in figlia.

 

Come sono gli uomini? settembre 4, 2008

Filed under: amore,Famiglia,padri,Pensieri,Riflessioni — fioridiarancio @ 7:00 am
Tags: , , , , ,

Oggi scrivo per ringraziare l’autore di questo post

L’ho letto tutto di un fiato e sono davvero contenta che lo abbia scritto.

Sono cresciuta con l’idea degli uomini trasmessa in famiglia, a scuola, dai media, dalle amiche. Riassumibile in una frase del film Grease che, nell’adolescenza, ripetevo costantemente insieme alla mia migliore amica.

Inutile dire che gli uomini che ho incontrato nella mia vita rispecchiavano esattamente questi stereotipi. Quelli che non li rispecchiavano erano per me invisibili.

Mio padre, che pure è di tutt’altro genere, non lo potevo ascoltare perchè ero piena di quello che mia madre mi diceva di lui.

Quando ho incontrato mio marito, è stato subito grande amore, ma ci ho messo molto tempo a fidarmi davvero di lui. Non per causa sua. Dentro di me ero sicura che lui fosse “come tutti gli altri”.

Non ero io, era l’aria che respiravo. Lo smog dei giudizi, dei media, delle frasi fatte, dell’ironia, quella cattivella.

Oggi respiro un’altra aria.

L’aria che mi permette di guardare mio marito negli occhi e sentire rispetto e devozione.

L’aria di guardare mio padre e sentire di ringraziarlo di cuore.

L’aria di guardare la mia prole e sapere che non respirerà lo stesso smog da cui sono venuta io.

L’aria di leggere il post citato e sentire di comprendere da dove nasce.

Nonostante tutto lo smog che ancora c’è in giro.

 

Sono te in un’altra forma giugno 23, 2008

Filed under: amore,Arkeon,La mia storia — fioridiarancio @ 10:48 am
Tags: , , , , ,

Stamattina ho letto una storia che mi ha commossa. Mi ha riportato ad un tempo antico in cui c’era un cerchio degli uomini ed un cerchio delle donne. Ognuno con la sua forma con la sua diversità. Ma con la stessa ricerca, quella della propria identità, di riconoscersi occhi negli occhi. E con il desiderio di incontrarci, gli uni con gli altri, non più nel contrasto, nella lotta e nella competizione, non più nel desiderio di schiacciarsi l’un l’altro, ma con il desiderio di comprenderci, di accoglierci, di chiederci scusa per le ferite date, di ringraziare per l’amore ricevuto.

Porterò sempre nel cuore il momento che veniva chiamato della riconciliazione. Dopo un lunghissimo pomeriggio di cerchio delle donne, intenso e profondo, noi donne andavamo a farci belle. Dopo un giorno e mezzo (ma che sembrava un anno!) di separazione, di introspezione, di identità femminile, ci preparavamo ad incontrare gli uomini, a chiedergli scusa per tutte le ferite date, ma anche ad accogliere le loro scuse per tutte le ferite ricevute. E a ringraziarci, soprattutto della presenza gli uni degli altri, perchè io senza di lui sono persa, e lui senza di me è perso.

Come era bello farsi belle! Con le mie compagne di stanza era un momento di grandissima emozione. Ci chiedevamo come sarebbe stato, come ci avrebbero accolte…

Poi di corsa a preparare uno spazio accogliente, fiori, candeline e l’attesa, un’attesa infinita (in realtà era una mezzoretta). Finalmente un suono di tamburi, arrivano, arrivano. Noi sedute, loro che entrano e si siedono di fronte a noi.

E la canzone. Se chiudo gli occhi e la canto riesco a sentire il profumo di quelle sere, a rincontrare gli occhi di ognuno (di lui in particolare), a sentire “ti chiedo scusa per…”, “grazie perchè…”. Ogni volta era come il giorno del matrimonio. Quanto amore, quanta dolcezza, quante lacrime, quante scuse, quante ferite, quanto coraggio ci sono nel cuore degli uomini. Perchè non me lo avevano mai insegnato? Perchè sui giornali non lo scrive mai nessuno? Perchè sono stata sempre tanto diffidente?

Ne riporto le parole per non dimenticarla mai:

“Tu tu chi sei, tu che sei davanti a me tu chi sei. Io sono te sono te in un’altra forma sono te”

 

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.