Fiori di Arancio

I will have poetry in my life and adventure and love. Love above all…Love like there has never been in a play. (Shakespeare in Love)

Sulla via di Damasco? Maggio 14, 2009

I miei genitori si lamentano che una lontana cugina sia insopportabilmente egocentrica e logorroica, esattamente come era l’ultima volta che l’hanno vista, circa dieci anni fa. O che un’altra lontana cugina sia ingombrante ed invadente proprio come è sempre stata.

Un altro caro familiare si stupisce che la sua ex-moglie si comporti male esattamente come fa da circa trent’anni e ogni volta resta molto male.

Leggo lo sconcerto sul blog di Pietro Bono per un silenzio assordante che anche a me spacca le orecchie da diverso tempo e che continuo a non spiegarmi.

Leggo l’incredulità della dottoressa Raffaella Di Marzio per quanto continua ad accaderle.

Nonostante la mia abbastanza giovane età non ho fiducia che le persone cambino, non ho fiducia che vengano folgorate sulla via di Damasco.

L’esperienza di questi anni mi sta insegnando che parte dell’essere adulti è imparare a guardare le persone e le situazioni per quello che sono e non con la speranza di quello che vorrei diventassero.

Non vorrei con questo essere fraintesa.

Ho fiducia che esista la possibilità del cambiamento in ciascuno di noi. Ma penso che debba essere una spinta molto profonda, il frutto di una grande ricerca o di una esperienza molto forte. E della nostra scelta.

Ed è per pochi.

Non perchè esistono esseri umani “eletti” che hanno una possibilità che ad altri è negata. Ma perchè, di fatto, nella vita sono davvero pochi quelli che scelgono di seguire questa scintilla che è presente nel cuore degli uomini.

E’ un po’ come ho sempre pensato il sogno americano: di fatto non è per tutti (ed è questa l’obiezione che molti fanno al sistema americano), ma è possibile per tutti se tutti non è una massa ma ciascun individuo.

E gli individui che scelgono il proprio sogno sono in pochi.

In questo contesto non mi stupisce che i sostenitori delle teorie sul plagio riconoscano nel cambiamento improvviso e radicale uno dei segni dall’avvenuto condizionamento.

Cambiamenti come sono stati quello di San Paolo, San Francesco, Padre Cristoforo e l’Innominato, per citare i primi che mi vengono in mente.

Per cui sono sempre più scettica e disillusa sulla possibilità di “cambiamento” di enti, istituzioni, parenti serpenti,maligni incalliti, ex-amici dileguati.

Ma ho sempre più rispetto e ammirazione per quelle – poche – persone che hanno il coraggio di cambiare e di convertirsi ogni giorno in cui la vita o -se credenti – Nostro Signore glielo chiede.

 

Come eravamo? Aprile 17, 2009

Molti genitori tracciano una linea di demarcazione in un giorno preciso della loro vita insieme. Il giorno che cambia per sempre la loro vita.

E che di solito corrisponde alla data di nascita del loro primogenito.

Non sono più una coppia, diventano una famiglia.

Non c’è più il week-end di shopping/ristorantino/cinema, ci sono grandi sorrisi senza dentini e passi commoventi, ma tutt’al più un DVD sul divano, una pizza ordinata a casa.

Non che con i figli non si facciano cose belle, che la vita si fermi che tutto diventa un dovere o una responsabilità. Non lo penso, non è così, è ancora più bello di prima.

Ci sono tanti momenti indimenticabili.

Ricordo albe affascinanti, profili delle montagne, bellissimi compleanni, viaggi avventurosi e perfino un meraviglioso pomeriggio di shopping alla ricerca di un vestitino da battesimo che a veva fatto dimenticare tutto, anche la fame, alla prole in marsupio.

Eppure le cose cambiano. I “nostri posti” diventano di tutti oppure non si frequentano più.  Le nostre canzoni vengono richieste come ninne nanne oppure in fretta sostituite da stella stellina o twinkle twinkle.

Poi…la dolce aria della primavera o il ritrovarsi noi due in quel pub che non frequentavamo da anni…

…come eravamo….ci diciamo

Non c’è bisogno di parlare. Sappiamo benissimo che cosa sente l’altro.

Dov’è finita la leggerezza che ci accompagnava in quegli anni?

Abbiamo lavorato duramente giorno e a volte notte. In tempi di crisi e nella nostra incertezza. Abbiamo cresciuto una prole con amore, entusiasmo e presenza costante.

Eppure anche di fronte ad una vita adulta e più dura, anche più dura di quella dei nostri genitori alla nostra età, eravamo riusciti a mantenere, almeno con un filo, la nostra leggerezza, a restare NOI.

La nostra linea di demarcazione ha un’altra data. La data di una fredda e nevosa mattina invernale.

Una mattina in cui qualcuno al nostro posto aveva deciso chi eravamo noi, i nostri familiari e i nostri amici più cari. E i giorni come quello continuano e continuano lasciandoci ogni volta senza parole.

Ma stiamo imparando da questa vicenda. Molto. Per citare Klee, è una croce che abbiamo imparato a portare, per quanto ingiusta e immeritata.

Ma in fondo stupisce? Era meritata e giusta la croce di Gesù? Non considero certo la mia esperienza paragonabile a quella di Nostro Signore, non mi avvicinerei neanche a pensarlo, nè a quella dei tanti crocefissi dei giorni nostri.

Paragono invece, e questa volta pienamente, il crucifige della folla e dei “sommi sacerdoti” di allora a quello di oggi, di domani, di sempre.

Ma la scintilla della primavera, il rewind alla nostra vita di coppietta innamorata ci fa ricordare che questo peso che ci è piombato sulle spalle non ci appartiene oggi come non ci è mai appartenuto. Appartiene a chi lo ha così violentemente lanciato.

E prima o poi le cose torneranno a posto. Tornerà l’ordine e la giustizia. Anche le date torneranno al posto giusto.

“Il Signore onnipotente e misericordioso
confermi il consenso
che avete manifestato davanti alla Chiesa
e vi ricolmi della sua benedizione.
L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce.”

In questa formula che pronuncia il sacerdote subito dopo le promesse matrimoniali, ho sempre visto molto di più di un divieto al divorzio.

E l’ho sempre visto come monito non tanto per gli sposi, quanto per il resto del mondo di non osare intralciare il disegno di amore che Dio ha per la famiglia che nasce quel giorno. Chi lo fa, o almeno ci prova, commette un peccato grave.

E non siamo noi l’unica famiglia ad avere come linea di demarcazione del proprio “come eravamo” quella fredda data.

 

Gli eventi che cambiano la vita Aprile 15, 2009

Durante una di queste tante celebrazioni pasquali, il sacerdote ha parlato degli eventi che sono capaci di cambiare la nostra vita.

E lo ha fatto raccondando una storia, piuttosto comune penso ma che deve averlo colpito molto, di una madre di un ragazzo adolescente che tempo fa si era rivolta a lui un po’ preoccupata. Suo figlio era proprio un bravo ragazzo, era molto fiera di lui. L’unico problema era che sembrava amasse davvero poco l’acqua e la doccia. Tornato da un campo scuola questo ragazzo era cambiato: trascorreva ora in bagno gran parte del suo tempo. La madre, più perplessa di prima, si chiedeva quale fosse il miracolo che lei per anni non era riuscita a compiere, per poi vedere che questo “miracolo” aveva i capelli lunghi ed era molto carina.

Penso alla mia vita e a quanti – diversi – eventi hanno avuto il potere di cambiarla. Di innescare quel meccanismo di trasformazione che la redazione del blog di Claudio Risè ritiene almeno in parte responsabile dell’accanimento contro Arkeon (“particolarmente irritante nel lavori di Arkeon sia risultato l’obiettivo di trasformazione perseguito dalle persone che li seguivano”), o di cui ha parlato Klee in un suo post.

In questi giorni è l’anniversario di un evento che ha, più di tutti gli altri, decisamente cambiato la mia vita.

Ed è stato un viaggio.

Un viaggio che non dimenticherò mai.

E ogni viaggio è un po’ come un film.

E ogni film ha la sua colonna sonora.

________________________________

Midge Ure – Breathe

With every waking breath I breathe
I see what life has dealt to me
With every sadness I deny
I feel a chance inside me die

Give me a taste of something new
To touch to hold to pull me through
Send me a guiding light that shines
Across this darkened life of mine

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
Breathe to make me breathe

For every man who built a home
A paper promise for his own
He fights against an open flow
Of lies and failures, we all know

To those who have and who have not
How can you live with what you¹ve got?
Give me a touch of something sure
I could be happy evermore

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
To see to make me breathe

Breathe your honesty
Breathe your innocence to me
Breathe your word and set me free
Breathe to make me breathe

This life prepares the strangest things
The dreams we dream of what life brings
The highest highs can turn around
To sow love¹s seeds on stony ground

Breathe
Breathe

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
To see to make me breathe

Breathe your honesty
Breathe your innocence to me
Breathe your word and set me free
Breathe to make me breathe

 

Il tradimento di Giuda Aprile 8, 2009

La scorsa domenica tutta la famglia si è recata alla Santa Messa della Domenica delle Palme, dove, come ogni anno, è stata letta a più voci e per intero la Passione di Nostro Signore.

A messa sembra che i bambini si facciano un po’ i fatti loro, tra la noia, il guardare per aria, le chiacchiere e l’arrotolarsi le maniche perchè comincia a fare più caldo.

Eppure non si perdono una parola, come mostrano le domande meditate per tre giorni:

- Mamma chi era Giuda?

- Era un apostolo di Gesù

- Perchè si è impiccato?

- Perchè aveva tradito Gesù e quando ha capito quello che aveva fatto non ha potuto sopportare la sofferenza

- Ma apostolo non vuol dire che stava sempre con lui?

- Sì

- E lo ha tradito? CHE COSA STRANA

La conversazione non è stata esattamente questa perchè nel riportarla non ricordo più le parole esatte. In più è stata inframmezzata da varie spiegazioni su che cos’è un apostolo e nei dettagli del tradimento di Giuda, dei trenta denari, ecc. Ma il senso è fedele.

I bambini sono innocenti. Possono accettare combattimenti, bombe, sparatorie e impiccagioni tra nemici. Ma non possono accettare, proprio fanno fatica a capirlo anche razionalmente, il tradimento delle persone che più ti sono vicine.

E negli adulti resta nel cuore quella parte di innocenza che a me fa solo rispondere “a volte può succedere che anche le persone che ti sono più vicine ti tradiscono”.

E me lo fa dire perchè non si possono lasciare senza risposta le domande dei bambini. Ma per me resta ancora, nonostante l’esperienza, una di quelle cose così difficili da comprendere, non solo interiormente, ma anche solo razionalmente.

-

 

Varcare una soglia Aprile 3, 2009

Ci sono certe cose che non si fanno.

La legge ne impone molte sia per ragioni di convivenza civile, sia – soprattutto – per motivazioni più profonde insite nel cuore dell’uomo che si riconducono a quello che viene chiamato il diritto naturale.

Le religioni ne impongono altre, che possono coincidere o divergere ma che a volte possono essere più restrittive della legge dello stato.

Poi ognuno ha la sua morale (formata attraverso la famiglia di origine, la scuola, le eseprienze individuali, le relazioni, l’amore, l’aver generato figli) che può stringere ancora di più il campo di quali sono le cose che si possono fare.

Tuttavia siamo nati liberi. Siamo nati liberi per lo stato e per nostro Signore (almeno per la visione che ho io di nostro Signore).

E abbiamo avuto un grande dono che la legge chiama infrazione o reato, la religione chiama peccato, la coscienza non so.

Ed è un aspetto che ho spesso ignorato nella vita. Ma, sarà che siamo in tempo di quaresima e ci avviciniamo velocemente al mistero della Santa Pasqua, sarà che la vita ci cambia, ma ultimamente penso molto al senso del peccato.

Credo davvero che non bisogna peccare, sia dal punto di vista laico che religioso. Credo che sia giusto comportarsi in maniera moralmente retta, fare delle scelte sulla base di che cosa è giusto o no. Anche solo per se stessi. Anche solo perchè “io certe cose non le faccio” perchè è quello in cui credo.

Ma sto scoprendo anche l’importanza del peccato, dell’errore. E ho una grande stima per chi ha varcato certe soglie del peccato e anche della morale e non è fuggito da se stesso e da Dio (per chi ci crede), ma ha dialogato con il suo “peccato”.

Perchè il peccato è quello che ci fa essere umani, è quello che ci impedisce di lapidare la Maddalena perchè in fondo, nel nostro cuore, siamo tutti come lei.

E’ quello che ci dona la compassione e la misericordia. E il perdono.

E non lo fa perchè mal comune mezzo gaudio, perchè vedere il tuo giustifica il mio, ma perchè se so come mi sento nell’errore, nella ricerca del perdono, non posso non comprendere le tue contraddizioni, la tua ricerca, il tuo errare, la tua umanità.

Conta, eccome se conta, quello che si fa o non si fa in sè. Ma conta altrettanto la capacità di dialogare con se stessi, davanti a quello che si fa o non si fa e davanti alle tentazioni che la vita ci offre.

 

Genitori? Non colpevoli! Marzo 29, 2009

Da quando sono madre dovrei esserne contenta.

Della china che sta prendendo l’opinione pubblica e – se non ho capito male- una frangia, quella più attiva mediaticamente, della psicologia moderna, una specie di teoria che chiamerei Il Non Colpevolismo dei Genitori.

Ovviamente parlo delle mie impressioni personali, fatte leggendo diverse fonti, che farei anche fatica a ritrovare per citarle, per cui potrei prendere delle cantonate.

Comunque, il non colpevolismo dei genitori per me si delinea in quella corrente di pensiero che tende a togliere, ogni giorno di più, le responsabilità sulla vita, sui comportamenti, sulla salute e sulle sofferenze dei figli ai genitori, con l’illusione di togliere loro quel peso, senz’altro devastante del senso di colpa.

E’ una corrente di pensiero che viaggia un po’ ovunque, per cui il guaio della canzone di Povia è l’aver ipotizzato una genesi familiare e non misteriosa/divina/genetica dell’omosessualità del suo protagonista; oppure di alcuni disturbi della personalità che un tempo, seppure con forme discutibili, erano ricondotte ai genitori.

Ma anche nel pensare comune è abbastanza diffusa questa mentalità.

Anni fa, quando ancora non ero sposata, sorpresi una mia collega di lavoro, visibilmente incinta, a fumare. Ignorante in fatto di gravidanze, le chiesi perchè lo faceva, visto che – perfino io – sapevo che faceva male al bambino. Mi rispose candidamente: “al bambino nuoce più il mio nervorsismo perchè non fumo di una sigaretta”.

Ora è noto che questa è una falsità.

Una madre non è perfetta. Ma sarebbe stato più onesto dire: sì lo so, gli fa male. Ma io sono dipendente dalle sigarette e non ce la faccio a smettere anche se ho ridotto più che potevo e mi sforzo più che posso.

Ma no, l’importante è che i genitori, soprattutto le madri, non si sentano in colpa, i figli staranno bene di conseguenza.

Non è prevista in questa teoria nessuna responsabilità, nessun senso di sacrificio, nessuna critica e di conseguenza, nessuna correzione.

Dicevo che ne dovrei essere contenta come madre.

Affiliarmi a questa mentalità mi permette di essere assolta su tutto. Non ci sono errori, non ci sono colpe, non ci sono responsabilità.

E invece no. Non lo sono.

Sia perchè credo che le cose non stanno così, sia perchè preferisco di gran lunga la responsabilità personale e lascio ad altri il determinismo misterioso/genetico/divino.

Preferisco guardarmi allo specchio e riconoscere i miei errori e trovare insieme ad essi le risorse per riparare.

E guardare negli occhi mio marito e la nostra prole e riconoscerci in un cammino di famiglia dove quello che ci offriamo siamo noi stessi con le nostre mancanze, ma anche con la capacità di prenderci le nostre responsabilità, di chiederci scusa, e di camminare insieme in questo grande mistero che è la vita.

 

Il sonno dei giusti Marzo 27, 2009

- Maaaaammaaaaaaaa!!!!!!

La prole mi corre incontro con grandissimo slancio e mi abbraccia con tutta la forza che ha

Mamma: – oh, grazie, che bell’abbraccio

Prole: – no mamma, ti ho catturato, sei mia prigioniera

Così sono i bambini, corrono, saltano, ti sfidano, ti incalzano con mille domande in un secondo, perfino ti catturano.

Di giorno.

Poi arriva il momento in cui si addormentano e tutto cambia.

Quello che mi colpisce del sonno dei bambini è che mostra quale sia la loro capacità di affidamento.

Si abbandonano completamente perchè sanno che tu ci sei, che li proteggi, che possono dormire tranquillamente perchè essere nel loro lettino è come essere in braccio al papà o alla mamma.

E l’affidamento è totale quando gli rimbocchi le coperte, gli dai un bacino, magari gli prepari i vestiti per il giorno dopo oppure raccogli qualche giocattolo che era sfuggito al riordino serale e loro sono lì, con quella faccetta angelica totalemente abbandonati…

Mi fa un’invidia…

Non il sonno, ma la capacità di affidarsi e di essere sereni.

 

“Che cosa mi fa funzionare” Marzo 25, 2009

Diversi anni fa un cantante molto famoso, alla domanda di un giornalista che gli chiese il perchè di tutti questi fans, di tutta questa gente intorno così appicicata, lui rispose:

“Molte persone vogliono capire che cosa mi fa funzionare, perchè vivo nel modo in cui vivo e perchè faccio le cose che faccio”

Questa frase mi è rimasta in testa per tanto tanto tempo, perchè credo riveli una grande verità.

Quando c’è una persona che ammiriamo, per qualunque ragione, credo sia normale cercare di capirla, di voler seguire il suo esempio, anche di cercare di identificarsi se questo vale per un certo tempo.

Nella ricerca di che cosa ti fa funzionare, cerco quello che potrebbe far funzionare me meglio di come funziono ora.

Penso che questa sia una sana spinta a migliorarsi.

Ricordo che c’era una persona – che poi negli anni si è rivelata tutto l’opposto di quello che credevo fosse, e non in meglio – che non conoscevo bene, ma che conoscevo da diversi anni e avevo seguito, seppure da lontano una sua evoluzione che a me sembrava positiva.

Erano anni per me non belli, non ero soddisfatta della mia vita. E in quelle rare volte che ci incontravamo mi chiedevo chissà come ha fatto. E mi dicevo – però se ce l’ha fatta questa persona, che sicuramente era ridotta peggio di come mi sento io ora, posso farcela anche io.

Ed è stato vero. Questa sua trasformazione è stata, non l’unica, ma una forte ispirazione che nel tempo mi ha dato la spinta a cercare quello che volevo, quello che funzionava per me.

Credo però che le parole di quel cantante volessero dire altro.

Le persone che ti ammirano, se non sono oneste – prima di tutto con loro stesse – ti invidiano e credono che tu possieda un segreto e che il modo per farle funzionare è, prima di tutto capirlo, poi rubartelo ed usarlo su di loro.

Non comprendono però che non solo non esiste nessun segreto, ma anche se ci fosse non potrebbe essere nè rubato nè riciclato.

Ma non lo capiscono.

E l’ammirazione e l’invidia (che magari all’inizio poteva essere semplice spinta a migliorarsi), si trasforma pian piano in odio e disprezzo.

Inutile spiegargli che questo segreto non esiste e che basta che mettano ordine nella propria vita e cerchino di migliorarsi per “funzionare”.

No, non possono accettare che per essere quello che si vuole bisogna impegnarsi, faticare, fare delle scelte, correre dei rischi.

Ma soprattutto prendersi la responsabilità di se stessi, delle proprie scelte e della propria vita.

Allora preferiscono rinnegarti, dire che erano “incantate” da te che invece sei tutt’altro rispetto a come ti presenti, dire che non erano capaci di vederti per quello che sei perchè tu le hai ingannate, odiarti al punto di fare di tutto per distruggerti.

Come prima tu possedevi il segreto che gli avrebbe miracolosamente cambiato la vita così – sempre tu, sempre lo stesso di prima – oggi diventi la causa di tutti i suoi guai.

Come non c’era responsabilità per se stessi prima, non c’è neanche dopo.

Come dice l’acuto blogger che mi ha ispirato questo post, questo genere di persone, dopo averti studiato per anni, dopo averti rinnegato odiato e disprezzato per altri anni, sono ancora lì che cercano il trucco.

 

L’archetipo funzionante Marzo 23, 2009

Una persona di grande cuore ed intelligenza diceva che l’ultimo archetipo operante nell’inconscio collettivo è il guerriero (dove per guerriero si intende non il guerrafondaio, ma l’uomo puro di cuore che difende la verità e non è disposto a scendere a patti con se stesso), se ho capito bene, ma potrei sbagliarmi.

Non so su quali basi facesse questa affermazione, ma o si sbagliava o da allora la realtà è cambiata, oppure io proprio non ci capisco niente.

A me sembra che l’archetipo più funzionante, e lo dico con grande rammarico, non sia tanto il guerriero, il cavaliere senza macchia e senza paura, quello che difende i più deboli (e – prima ancora – li sa riconoscere), che in questa società vedo sacrificato senza troppi rimpianti.

Ma la vittima.

Sarà che ultimamente ho visto un po’ troppi talk-show, ma la vittima mi sembra ad oggi il personaggio più potente, quello che vince su tutti.

Ora nel mio piccolo un po’ lo sapevo. Avevo l’esperienza di madri, nonne, zie, amici/he, anche ex-fidanzati esperti nell’arte del “vittimismo”.

Ma credevo anche che la maggior parte delle persone fosse in grado – proprio facendo appello al cavaliere senza macchia e senza paura che dovrebbe albergare nel loro cuore – di smascherare in fretta questo atteggiamento.

Forse non avevo capito bene.

La vittima è un’arte. Non è necessario esserlo per davvero nei fatti.

L’importante è autoproclamarsi tale ed avere accesso ad una cassa di risonanza per cui alla fine questa condizione viene riconosciuta anche dall’esterno.

Fatto questo step, non solo si può dire di tutto, ma si possono anche cambiare i toni.

Ci si può mostrare per quello che si è davvero, togliersi anche il vestito da vittima perchè ormai nella testa degli altri lo siamo, nessuno lo metterà più in discussione.

A quel punto possiamo mentire, insultare, aggredire e farlo anche apertamente, tanto saremmo sempre giustificati perchè siamo “vittime”.

Vedendo in TV questo genere di personaggi comprendo meglio i movimenti maschili quando si scagliano contro leggi e tribunali che favoriscono le donne che “per definizione” sono la parte più debole, soprattutto nelle questioni di diritto di famiglia, separazione divorzio, affidamento dei figli – anche se c’è tutta una bella serie di uomini altrettanto abili nel loro vittimismo.

Io e mio marito facciamo tanto sforzo per educare la nostra prole fin da piccola ad essere responsabile, a reagire alla vita, a chiamare le cose con il loro nome, a superare le difficoltà, a guardare avanti, a costruire la propria strada.

Ma ogni tanto ci fermiamo e ci chiediamo se facciamo bene.

Speriamo davvero che il tempo e i risultati mostrino che stiamo facendo bene. Forse.

In fondo in alcuni casi di cronaca recente il personaggio della vittima un po’ ha funzionato, ma non fino in fondo.

Anche perchè, chi ne paga di più le conseguenze sono le vere vittime che di fare i personaggi non hanno nè voglia nè capacità e – nella maggior parte dei casi – chiedono in silenzio di riavere la propria vita.

 

Non capirà da dove vengo Marzo 22, 2009

Dei blog che leggo (meno di quello che vorrei) , uno che apprezzo particolarmente è quello di Fabia, Fiducia34.

E lo apprezzo per mille motivi, ma quello che mi affascina di più è la ricchezza .

Ricchezza di cuore e di esperienze.

L’idea che mi sono fatta leggendo i suoi scritti è di una grande apertura mentale e di una capacità di ascolto e di dialogo davvero rari.

Che mi fa venire in mente un verso della famosa poesia che Kipling scrisse per il figlio e che un giorno posterò per intero:

Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà o passeggiare con i re senza perdere il tuo comportamento normale

Non credo che il binomio ricchezza di esperienze/apertura mentale e di cuore sia casuale.

Penso che chi ha vissuto, ha cercato di conoscere il mondo, di incontrare gli occhi del suo prossimo sia, da una parte più solido rispetto alle proprie convinzioni, ma dall’altra sia più aperto a nuove esperienze, a cercare ancora, a mettersi di nuovo in discussione con la consapevolezza che non si arriva mai al capolinea di quello che si può imparare di se stessi e del mondo.

Queste sono le persone che nella vita hanno fatto, hanno sbagliato, hanno corretto e ricominciato e sarebbero pronte a farlo di nuovo se si accorgessero di avere da qualche parte “sbagliato” strada.

In questo senso non mi colpisce più quanto le persone “sante”, quelle che da ragazzina chiamavo “perfettine”, che non sbagliano mai, che hanno sempre ragione su tutto, siano quelle pronte a giudicare per prime, ad affibbiare etichette, a rendere impossibile il dialogo sulla base dei loro pregiudizi.

Ed è un peccato perchè basterebbe così poco per incontrarsi, mentre in realtà l’abisso di separazione sembra – e di fatto resta – incolmabile.

E non penso che lei capirà mai da dove vengo. Lei non ha mai sbagliato nella sua vita, le cose le sono sempre venute facili, non ha mai sconvolto nessuno, non si è mai cacciata nei guai. Ma io no. Io lo so come ci si sente a fare qualcosa di stupido – o peggio che stupido – e poi desiderare sopra ogni altra cosa di non averlo fatto“.

(NB – ovviamente questa citazione, tratta da un libro che ho letto da poco, non si riferisce a Fabia – di cui ho parlato sopra – nè a me, ma è solo la fonte dell’idea di questo post)