Fiori di Arancio

I will have poetry in my life and adventure and love. Love above all…Love like there has never been in a play. (Shakespeare in Love)

Sulla via di Damasco? Maggio 14, 2009

I miei genitori si lamentano che una lontana cugina sia insopportabilmente egocentrica e logorroica, esattamente come era l’ultima volta che l’hanno vista, circa dieci anni fa. O che un’altra lontana cugina sia ingombrante ed invadente proprio come è sempre stata.

Un altro caro familiare si stupisce che la sua ex-moglie si comporti male esattamente come fa da circa trent’anni e ogni volta resta molto male.

Leggo lo sconcerto sul blog di Pietro Bono per un silenzio assordante che anche a me spacca le orecchie da diverso tempo e che continuo a non spiegarmi.

Leggo l’incredulità della dottoressa Raffaella Di Marzio per quanto continua ad accaderle.

Nonostante la mia abbastanza giovane età non ho fiducia che le persone cambino, non ho fiducia che vengano folgorate sulla via di Damasco.

L’esperienza di questi anni mi sta insegnando che parte dell’essere adulti è imparare a guardare le persone e le situazioni per quello che sono e non con la speranza di quello che vorrei diventassero.

Non vorrei con questo essere fraintesa.

Ho fiducia che esista la possibilità del cambiamento in ciascuno di noi. Ma penso che debba essere una spinta molto profonda, il frutto di una grande ricerca o di una esperienza molto forte. E della nostra scelta.

Ed è per pochi.

Non perchè esistono esseri umani “eletti” che hanno una possibilità che ad altri è negata. Ma perchè, di fatto, nella vita sono davvero pochi quelli che scelgono di seguire questa scintilla che è presente nel cuore degli uomini.

E’ un po’ come ho sempre pensato il sogno americano: di fatto non è per tutti (ed è questa l’obiezione che molti fanno al sistema americano), ma è possibile per tutti se tutti non è una massa ma ciascun individuo.

E gli individui che scelgono il proprio sogno sono in pochi.

In questo contesto non mi stupisce che i sostenitori delle teorie sul plagio riconoscano nel cambiamento improvviso e radicale uno dei segni dall’avvenuto condizionamento.

Cambiamenti come sono stati quello di San Paolo, San Francesco, Padre Cristoforo e l’Innominato, per citare i primi che mi vengono in mente.

Per cui sono sempre più scettica e disillusa sulla possibilità di “cambiamento” di enti, istituzioni, parenti serpenti,maligni incalliti, ex-amici dileguati.

Ma ho sempre più rispetto e ammirazione per quelle – poche – persone che hanno il coraggio di cambiare e di convertirsi ogni giorno in cui la vita o -se credenti – Nostro Signore glielo chiede.

 

Come eravamo? Aprile 17, 2009

Molti genitori tracciano una linea di demarcazione in un giorno preciso della loro vita insieme. Il giorno che cambia per sempre la loro vita.

E che di solito corrisponde alla data di nascita del loro primogenito.

Non sono più una coppia, diventano una famiglia.

Non c’è più il week-end di shopping/ristorantino/cinema, ci sono grandi sorrisi senza dentini e passi commoventi, ma tutt’al più un DVD sul divano, una pizza ordinata a casa.

Non che con i figli non si facciano cose belle, che la vita si fermi che tutto diventa un dovere o una responsabilità. Non lo penso, non è così, è ancora più bello di prima.

Ci sono tanti momenti indimenticabili.

Ricordo albe affascinanti, profili delle montagne, bellissimi compleanni, viaggi avventurosi e perfino un meraviglioso pomeriggio di shopping alla ricerca di un vestitino da battesimo che a veva fatto dimenticare tutto, anche la fame, alla prole in marsupio.

Eppure le cose cambiano. I “nostri posti” diventano di tutti oppure non si frequentano più.  Le nostre canzoni vengono richieste come ninne nanne oppure in fretta sostituite da stella stellina o twinkle twinkle.

Poi…la dolce aria della primavera o il ritrovarsi noi due in quel pub che non frequentavamo da anni…

…come eravamo….ci diciamo

Non c’è bisogno di parlare. Sappiamo benissimo che cosa sente l’altro.

Dov’è finita la leggerezza che ci accompagnava in quegli anni?

Abbiamo lavorato duramente giorno e a volte notte. In tempi di crisi e nella nostra incertezza. Abbiamo cresciuto una prole con amore, entusiasmo e presenza costante.

Eppure anche di fronte ad una vita adulta e più dura, anche più dura di quella dei nostri genitori alla nostra età, eravamo riusciti a mantenere, almeno con un filo, la nostra leggerezza, a restare NOI.

La nostra linea di demarcazione ha un’altra data. La data di una fredda e nevosa mattina invernale.

Una mattina in cui qualcuno al nostro posto aveva deciso chi eravamo noi, i nostri familiari e i nostri amici più cari. E i giorni come quello continuano e continuano lasciandoci ogni volta senza parole.

Ma stiamo imparando da questa vicenda. Molto. Per citare Klee, è una croce che abbiamo imparato a portare, per quanto ingiusta e immeritata.

Ma in fondo stupisce? Era meritata e giusta la croce di Gesù? Non considero certo la mia esperienza paragonabile a quella di Nostro Signore, non mi avvicinerei neanche a pensarlo, nè a quella dei tanti crocefissi dei giorni nostri.

Paragono invece, e questa volta pienamente, il crucifige della folla e dei “sommi sacerdoti” di allora a quello di oggi, di domani, di sempre.

Ma la scintilla della primavera, il rewind alla nostra vita di coppietta innamorata ci fa ricordare che questo peso che ci è piombato sulle spalle non ci appartiene oggi come non ci è mai appartenuto. Appartiene a chi lo ha così violentemente lanciato.

E prima o poi le cose torneranno a posto. Tornerà l’ordine e la giustizia. Anche le date torneranno al posto giusto.

“Il Signore onnipotente e misericordioso
confermi il consenso
che avete manifestato davanti alla Chiesa
e vi ricolmi della sua benedizione.
L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce.”

In questa formula che pronuncia il sacerdote subito dopo le promesse matrimoniali, ho sempre visto molto di più di un divieto al divorzio.

E l’ho sempre visto come monito non tanto per gli sposi, quanto per il resto del mondo di non osare intralciare il disegno di amore che Dio ha per la famiglia che nasce quel giorno. Chi lo fa, o almeno ci prova, commette un peccato grave.

E non siamo noi l’unica famiglia ad avere come linea di demarcazione del proprio “come eravamo” quella fredda data.

 

Gli eventi che cambiano la vita Aprile 15, 2009

Durante una di queste tante celebrazioni pasquali, il sacerdote ha parlato degli eventi che sono capaci di cambiare la nostra vita.

E lo ha fatto raccondando una storia, piuttosto comune penso ma che deve averlo colpito molto, di una madre di un ragazzo adolescente che tempo fa si era rivolta a lui un po’ preoccupata. Suo figlio era proprio un bravo ragazzo, era molto fiera di lui. L’unico problema era che sembrava amasse davvero poco l’acqua e la doccia. Tornato da un campo scuola questo ragazzo era cambiato: trascorreva ora in bagno gran parte del suo tempo. La madre, più perplessa di prima, si chiedeva quale fosse il miracolo che lei per anni non era riuscita a compiere, per poi vedere che questo “miracolo” aveva i capelli lunghi ed era molto carina.

Penso alla mia vita e a quanti – diversi – eventi hanno avuto il potere di cambiarla. Di innescare quel meccanismo di trasformazione che la redazione del blog di Claudio Risè ritiene almeno in parte responsabile dell’accanimento contro Arkeon (“particolarmente irritante nel lavori di Arkeon sia risultato l’obiettivo di trasformazione perseguito dalle persone che li seguivano”), o di cui ha parlato Klee in un suo post.

In questi giorni è l’anniversario di un evento che ha, più di tutti gli altri, decisamente cambiato la mia vita.

Ed è stato un viaggio.

Un viaggio che non dimenticherò mai.

E ogni viaggio è un po’ come un film.

E ogni film ha la sua colonna sonora.

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Midge Ure – Breathe

With every waking breath I breathe
I see what life has dealt to me
With every sadness I deny
I feel a chance inside me die

Give me a taste of something new
To touch to hold to pull me through
Send me a guiding light that shines
Across this darkened life of mine

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
Breathe to make me breathe

For every man who built a home
A paper promise for his own
He fights against an open flow
Of lies and failures, we all know

To those who have and who have not
How can you live with what you¹ve got?
Give me a touch of something sure
I could be happy evermore

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
To see to make me breathe

Breathe your honesty
Breathe your innocence to me
Breathe your word and set me free
Breathe to make me breathe

This life prepares the strangest things
The dreams we dream of what life brings
The highest highs can turn around
To sow love¹s seeds on stony ground

Breathe
Breathe

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
To see to make me breathe

Breathe your honesty
Breathe your innocence to me
Breathe your word and set me free
Breathe to make me breathe

 

Il tradimento di Giuda Aprile 8, 2009

La scorsa domenica tutta la famglia si è recata alla Santa Messa della Domenica delle Palme, dove, come ogni anno, è stata letta a più voci e per intero la Passione di Nostro Signore.

A messa sembra che i bambini si facciano un po’ i fatti loro, tra la noia, il guardare per aria, le chiacchiere e l’arrotolarsi le maniche perchè comincia a fare più caldo.

Eppure non si perdono una parola, come mostrano le domande meditate per tre giorni:

- Mamma chi era Giuda?

- Era un apostolo di Gesù

- Perchè si è impiccato?

- Perchè aveva tradito Gesù e quando ha capito quello che aveva fatto non ha potuto sopportare la sofferenza

- Ma apostolo non vuol dire che stava sempre con lui?

- Sì

- E lo ha tradito? CHE COSA STRANA

La conversazione non è stata esattamente questa perchè nel riportarla non ricordo più le parole esatte. In più è stata inframmezzata da varie spiegazioni su che cos’è un apostolo e nei dettagli del tradimento di Giuda, dei trenta denari, ecc. Ma il senso è fedele.

I bambini sono innocenti. Possono accettare combattimenti, bombe, sparatorie e impiccagioni tra nemici. Ma non possono accettare, proprio fanno fatica a capirlo anche razionalmente, il tradimento delle persone che più ti sono vicine.

E negli adulti resta nel cuore quella parte di innocenza che a me fa solo rispondere “a volte può succedere che anche le persone che ti sono più vicine ti tradiscono”.

E me lo fa dire perchè non si possono lasciare senza risposta le domande dei bambini. Ma per me resta ancora, nonostante l’esperienza, una di quelle cose così difficili da comprendere, non solo interiormente, ma anche solo razionalmente.

-

 

Varcare una soglia Aprile 3, 2009

Ci sono certe cose che non si fanno.

La legge ne impone molte sia per ragioni di convivenza civile, sia – soprattutto – per motivazioni più profonde insite nel cuore dell’uomo che si riconducono a quello che viene chiamato il diritto naturale.

Le religioni ne impongono altre, che possono coincidere o divergere ma che a volte possono essere più restrittive della legge dello stato.

Poi ognuno ha la sua morale (formata attraverso la famiglia di origine, la scuola, le eseprienze individuali, le relazioni, l’amore, l’aver generato figli) che può stringere ancora di più il campo di quali sono le cose che si possono fare.

Tuttavia siamo nati liberi. Siamo nati liberi per lo stato e per nostro Signore (almeno per la visione che ho io di nostro Signore).

E abbiamo avuto un grande dono che la legge chiama infrazione o reato, la religione chiama peccato, la coscienza non so.

Ed è un aspetto che ho spesso ignorato nella vita. Ma, sarà che siamo in tempo di quaresima e ci avviciniamo velocemente al mistero della Santa Pasqua, sarà che la vita ci cambia, ma ultimamente penso molto al senso del peccato.

Credo davvero che non bisogna peccare, sia dal punto di vista laico che religioso. Credo che sia giusto comportarsi in maniera moralmente retta, fare delle scelte sulla base di che cosa è giusto o no. Anche solo per se stessi. Anche solo perchè “io certe cose non le faccio” perchè è quello in cui credo.

Ma sto scoprendo anche l’importanza del peccato, dell’errore. E ho una grande stima per chi ha varcato certe soglie del peccato e anche della morale e non è fuggito da se stesso e da Dio (per chi ci crede), ma ha dialogato con il suo “peccato”.

Perchè il peccato è quello che ci fa essere umani, è quello che ci impedisce di lapidare la Maddalena perchè in fondo, nel nostro cuore, siamo tutti come lei.

E’ quello che ci dona la compassione e la misericordia. E il perdono.

E non lo fa perchè mal comune mezzo gaudio, perchè vedere il tuo giustifica il mio, ma perchè se so come mi sento nell’errore, nella ricerca del perdono, non posso non comprendere le tue contraddizioni, la tua ricerca, il tuo errare, la tua umanità.

Conta, eccome se conta, quello che si fa o non si fa in sè. Ma conta altrettanto la capacità di dialogare con se stessi, davanti a quello che si fa o non si fa e davanti alle tentazioni che la vita ci offre.

 

“Che cosa mi fa funzionare” Marzo 25, 2009

Diversi anni fa un cantante molto famoso, alla domanda di un giornalista che gli chiese il perchè di tutti questi fans, di tutta questa gente intorno così appicicata, lui rispose:

“Molte persone vogliono capire che cosa mi fa funzionare, perchè vivo nel modo in cui vivo e perchè faccio le cose che faccio”

Questa frase mi è rimasta in testa per tanto tanto tempo, perchè credo riveli una grande verità.

Quando c’è una persona che ammiriamo, per qualunque ragione, credo sia normale cercare di capirla, di voler seguire il suo esempio, anche di cercare di identificarsi se questo vale per un certo tempo.

Nella ricerca di che cosa ti fa funzionare, cerco quello che potrebbe far funzionare me meglio di come funziono ora.

Penso che questa sia una sana spinta a migliorarsi.

Ricordo che c’era una persona – che poi negli anni si è rivelata tutto l’opposto di quello che credevo fosse, e non in meglio – che non conoscevo bene, ma che conoscevo da diversi anni e avevo seguito, seppure da lontano una sua evoluzione che a me sembrava positiva.

Erano anni per me non belli, non ero soddisfatta della mia vita. E in quelle rare volte che ci incontravamo mi chiedevo chissà come ha fatto. E mi dicevo – però se ce l’ha fatta questa persona, che sicuramente era ridotta peggio di come mi sento io ora, posso farcela anche io.

Ed è stato vero. Questa sua trasformazione è stata, non l’unica, ma una forte ispirazione che nel tempo mi ha dato la spinta a cercare quello che volevo, quello che funzionava per me.

Credo però che le parole di quel cantante volessero dire altro.

Le persone che ti ammirano, se non sono oneste – prima di tutto con loro stesse – ti invidiano e credono che tu possieda un segreto e che il modo per farle funzionare è, prima di tutto capirlo, poi rubartelo ed usarlo su di loro.

Non comprendono però che non solo non esiste nessun segreto, ma anche se ci fosse non potrebbe essere nè rubato nè riciclato.

Ma non lo capiscono.

E l’ammirazione e l’invidia (che magari all’inizio poteva essere semplice spinta a migliorarsi), si trasforma pian piano in odio e disprezzo.

Inutile spiegargli che questo segreto non esiste e che basta che mettano ordine nella propria vita e cerchino di migliorarsi per “funzionare”.

No, non possono accettare che per essere quello che si vuole bisogna impegnarsi, faticare, fare delle scelte, correre dei rischi.

Ma soprattutto prendersi la responsabilità di se stessi, delle proprie scelte e della propria vita.

Allora preferiscono rinnegarti, dire che erano “incantate” da te che invece sei tutt’altro rispetto a come ti presenti, dire che non erano capaci di vederti per quello che sei perchè tu le hai ingannate, odiarti al punto di fare di tutto per distruggerti.

Come prima tu possedevi il segreto che gli avrebbe miracolosamente cambiato la vita così – sempre tu, sempre lo stesso di prima – oggi diventi la causa di tutti i suoi guai.

Come non c’era responsabilità per se stessi prima, non c’è neanche dopo.

Come dice l’acuto blogger che mi ha ispirato questo post, questo genere di persone, dopo averti studiato per anni, dopo averti rinnegato odiato e disprezzato per altri anni, sono ancora lì che cercano il trucco.

 

Non capirà da dove vengo Marzo 22, 2009

Dei blog che leggo (meno di quello che vorrei) , uno che apprezzo particolarmente è quello di Fabia, Fiducia34.

E lo apprezzo per mille motivi, ma quello che mi affascina di più è la ricchezza .

Ricchezza di cuore e di esperienze.

L’idea che mi sono fatta leggendo i suoi scritti è di una grande apertura mentale e di una capacità di ascolto e di dialogo davvero rari.

Che mi fa venire in mente un verso della famosa poesia che Kipling scrisse per il figlio e che un giorno posterò per intero:

Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà o passeggiare con i re senza perdere il tuo comportamento normale

Non credo che il binomio ricchezza di esperienze/apertura mentale e di cuore sia casuale.

Penso che chi ha vissuto, ha cercato di conoscere il mondo, di incontrare gli occhi del suo prossimo sia, da una parte più solido rispetto alle proprie convinzioni, ma dall’altra sia più aperto a nuove esperienze, a cercare ancora, a mettersi di nuovo in discussione con la consapevolezza che non si arriva mai al capolinea di quello che si può imparare di se stessi e del mondo.

Queste sono le persone che nella vita hanno fatto, hanno sbagliato, hanno corretto e ricominciato e sarebbero pronte a farlo di nuovo se si accorgessero di avere da qualche parte “sbagliato” strada.

In questo senso non mi colpisce più quanto le persone “sante”, quelle che da ragazzina chiamavo “perfettine”, che non sbagliano mai, che hanno sempre ragione su tutto, siano quelle pronte a giudicare per prime, ad affibbiare etichette, a rendere impossibile il dialogo sulla base dei loro pregiudizi.

Ed è un peccato perchè basterebbe così poco per incontrarsi, mentre in realtà l’abisso di separazione sembra – e di fatto resta – incolmabile.

E non penso che lei capirà mai da dove vengo. Lei non ha mai sbagliato nella sua vita, le cose le sono sempre venute facili, non ha mai sconvolto nessuno, non si è mai cacciata nei guai. Ma io no. Io lo so come ci si sente a fare qualcosa di stupido – o peggio che stupido – e poi desiderare sopra ogni altra cosa di non averlo fatto“.

(NB – ovviamente questa citazione, tratta da un libro che ho letto da poco, non si riferisce a Fabia – di cui ho parlato sopra – nè a me, ma è solo la fonte dell’idea di questo post)

 

Noi ci scommettiamo Marzo 17, 2009

“Scommettiamo ogni giorno sul successo del nostro matrimonio non sul suo fallimento”

Ho letto questa frase su un commento di Cosimo ad un blog che seguo.

Non voglio dire molto di più se non che nella vita si può scegliere di costruire.

O di distruggere.

Come Cosimo e sua moglie anche noi scegliamo di costruire.

E scommettiamo ogni giorno sulla riuscita, non sul fallimento.

 

Padre, ho peccato Marzo 14, 2009

“Un uomo aveva due figli.

Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.  Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.  Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.  Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.  Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.  Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!  Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;  non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.  Partì e si incamminò verso suo padre.

Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l`anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E` tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;  ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

LC 15, 11-32

 

Sulla via del padre Marzo 11, 2009

Sono stata per tanti anni distante da mio padre.

Non fisicamente, questo no. Lui è sempre stato presente nella mia vita.

Io ero però irragiungibile.

Fin da abbastanza piccola avevo la testa piena di quello che pensavo di lui, piena di giudizi, piena di quello che le persone che conoscevamo (non solo mia madre) mi dicevano di lui. E nessuno di loro me ne parlava bene.

Conoscevo perfettamente tutte le sue mancanze reali e presunte e mi sentivo migliore di lui.

Sentivo dentro di me che lui era una salvezza, era la direzione, era il punto fermo da cui potevo costruire la mia vita. Ma non ero capace di raggiungerlo perchè non ero capace di vederlo.

Ho dovuto fare un grande ordine nella mia vita, nei miei pensieri e nel mio cuore per incominciare a percorrere la via che mi portava sulla sua strada, per guardarlo con i miei occhi, per incontrarlo.

E avevo il sogno che i miei figli non dovessero ripetere tutta la mia strada incerta per trovare gli occhi del proprio padre, per sapere che fin da neonati potevano percorrere la sua strada, potevano essere insieme.

Per loro sarebbe stato diverso.

E oggi ho ricevuto un dono.

Sentivamo una canzone di Alex Britti in cui parla dei genitori e rispetto al padre dice “eravamo così uguali eppure non ci capivamo”.

La prole mia ha guardata con quegli occhioni pieni di stupore e desiderio di conoscenza e mi ha chiesto: mamma ma perchè non si capivano?

E ho pensato Grazie a Dio.

Grazie a Dio per la mia prole non capirsi con il papà è una cosa così strana e incomprensibile che necessita di una spiegazione di quelle serie.