Fiori di Arancio

I will have poetry in my life and adventure and love. Love above all…Love like there has never been in a play. (Shakespeare in Love)

La noia e il sogno Settembre 14, 2009

Archiviato in: Arkeon, Famiglia, Libertà, Pensieri, sogni — fioridiarancio @ 9:43 pm
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Sogni ad occhi aperti e Arkeon

C’è un momento della giornata direi quasi magico. Che non si ripete neanche tutti i giorni. Anzi direi piuttosto raramente.

La prole dorme, i piatti sono lavati, le stanze in ordine, i vestiti per la scuola di domani pronti, nessuna telefonata da fare. Non so che cosa fare, mi gira la testa.  Anche perchè ho imparato presto che in una casa c’è sempre qualcosa da fare. E in effetti potrei fare i conti di quanto abbiamo usato la carta di credito questo mese per non trovare sorprese sul conto, potrei sistemare una pila di scartoffie che affollano la scrivania da mesi ormai, potrei stirare la vetta della montagna di vestiti che non si abbassa mai nonostante gli sforzi, potrei fare un bel bagno rilassante, potrei finire di leggere quel libro e restituirlo al legittimo proprietario, potrei scrivere un post o commentare quelli dei blog amici…

Ma tutte queste possibilità mi confondono. E allora me ne sto qui sul divano e mi accorgo che spunta un sentimento che mi tormentava da bambina e da adolescente, ma che da grande difficilmente trova un pizzico di tempo per venirmi a trovare: la noia.

Quando c’era non la sopportavo e ritrovo nella prole la stessa insofferenza che provavo io. Oggi invece – nonostante il senso di colpa per tutte le cose che lascio indietro – me la godo, perchè è da questi momenti che ci si riposa la testa e affiorano i sogni. E il tempo per sognare bisogna trovarlo, anche da grandi.

 

La fede dell’amore Maggio 1, 2009

Ho letto questa storia alla prole qualche giorno fa, tratta da un libro di fiabe tradizionali di tutto il mondo.

Mi ha colpito per alcuni aspetti archetipici su cui mi ha fatto riflettere.

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Occhio di sole

Nella solitaria isola di Islanda, un minuscolo villaggio di pescatori si affacciava sulla riva del mare. Tutte le barche erano state tirate in secco perchè era la notte di Natale.

E proprio quella notte, in una capannuccia, nacque un bambino. I suoi capelli erano coloro oro e i suoi occhi così azzurri e allegri che tutto ciò che guardava brillava di una luce più viva.

- come lo chiameremo? – chiese la madre pensierosa alle vicine di casa che erano venute ad assisterla.

E le signore, che se lo mangiavano con gli occhi come fosse stato un loro figlio, risposero:

- il nome più adatto per lui è Occhio di Sole.

Passarono gli inverni e le estati.

Gli inverni in Islanda sono molto lunghi, durano quasi tutto l’anno, mentre le estati sono brevi brevi.

Ma se avessero chiesto a Occhio di Sole quale fosse per lui il giorno più bello dell’anno, vi avrebbe risposto senza incertezze: Oggi! perchè per lui non c’era giorno più bello di quello che stava vivendo.

“oggi” era quel giorno in cui andava alla spiaggia con gli altri monelli del villaggio a cotruirsi una capanna con le ossa di una vecchia balena trovata tra i ghiacci.

“oggi” era quell’altro giorno in cui costeggiava in barca gli scogli pescando alla lenza lucenti pesci del mare.

“oggi”, ancora quando correva con Tyra a raccogliere i primi fiori del disgelo. Occhio di sole non avrebbe mai rinunciato a Tyra, una bambina sbarazzina, coraggiosa e bella come lui.

E, come lui, nata nell’isola solitaria, fra i ghiacci del Nord in quella buia notte di Natale.

Un giorno però Occhio di Sole si allontanò da solo e si trovò in luoghi dove era vietato avventurarsi, tra i mondi dove vola la Regina dei Ghiacci.

Tutti gli abitanti del villaggio avevano un grandissimo timore della Regina e al solo nominarla abbassavano la voce.

Talvolta quando la bufera imperversava per settimane intere e occorreva restare tappati in casa davanti al focolare, le vecchie raccontavano che la Regina scendeva dalle sue sconfinate dimore e attraversava il villaggio in una slitta di vetro trainata da nove cavalli bianchi che avevano grandi ali d’argento.

La regina aveva per manto una pelliccia di volpi polari e due pelli di orso bianco le facevano da coperte.

Ma il suo corpo era comunque così freddo che chiunque lo avesse per disgrazia toccato si sarebbe tramutato all’istante in un blocco di ghiaccio.

Occhio di Sole e Tyra e tutti gli altri ragazzi rabbrividivano a questo racconto e avvicinavano ancor più le mani al camino.

- solo che – bisbigliavano le vecchie ingobbite dagli anni – la regina è anche la più bella creatura del Nord. Ma guai a chi osa guardarla: ne rimane incantato e diventa all’istante suo servitore di ghiaccio.

Il racconto aveva stregato Occhio di Sole, che continuava a pensare alla bianca regina e, alla fine, si era deciso a vederla, almeno una volta. Così si incamminò da solo tra i monti coperti di neve e battuti dal vento. In ogni turbine credeva di scorgere la slitta fatata e nei ghiacci che precipitavano dalla montagna, gli sembrava di sentire il galoppo dei cavalli dalle ali d’argento. Ma la sua ricerca continuava, perchè la regina volava nella bufera, ancora lontana, e lui era sempre più stanco. Alla fine si addormentò sul ciglio del burrone.

Tyra, che non l’aveva incontrato per tutto il mattino, si impensierì quando non lo vide tornare neppure per pranzo. Senza salutare nessuno si avviò per le montagne, sfidando la bufera, che sempre più impetuosa, scendeva vorticosamente a precipizio giù dalle cime. Le raffiche di vento gelido la spingevano indietro, la neve le accecava gli occhi, l’oscurità avvolgeva ogni cosa, ma la fanciulla era giudata dall’amore per Occhio di Sole sperduto lassù.

Era stremata quando udì avvicinarsi un galoppo di cavalli. Allora si mise a correre a perdifiato dritta nel cuore della tempesta, vincendo ogni paura, col solo timore che la Regina dei Ghiacci le avesse già rapito occhio di sole.

La regina, infatti, era scesa dalla slitta di vetro e ammirava incantata la bellezza del fanciullo. Voleva svegliarlo e farne il suo paggio di ghiaccio, quando sentì vibrare il calore del cuore di Tyra.

La regina odiava il calore dei camini, ma ancora di più il calore dei cuori.

Infastidita, risalì sulla slitta, ma prima soffiò sul cuore di Occhio di Sole, che diventò all’improvviso freddo come il suo, Poi frustò i cavalli e la tempesta si allontanò con lei.

Occhio di Sole fu salvo, ma da allora non cercò la compagnia dei monelli come lui e, se Tyra gli proponeva un gioco, rispondeva con una sola parola:

- sciocchezze! Quell’anno volle imbarcarsi su un veliero per pescare grandi banchi di aringhe, ma dopo pochi giorni di navigazione si scatenò una tempesta, l’albero maestro fu spezzato e un’ondata gigantesca strappò il timone. Lo scafo, ormai ingovernabile, fu spinto lontano come un guscio di noce e, alla fine, si schiantò contro i ghiacci che circondavano il Castello del Polo. Era questa le reggia della Regina dei Ghiacci, dove ella riposava al ritorno dai suoi viaggi, seduta su un immenso diamante da cui emanava la luce di porpora dell’Aurora Boreale.

Verso quella luce si incamminò subito Occhio di Sole, unico scampato al naufragio.

Vide la regina sul suo trono scintillante: ella lo guardò e lo tramutò all’istante nel suo paggio di ghiaccio.

Intanto Tyra attendeva il ritorno del veliero di Occhio di Sole. I mesi passavano uno dietro l’altro, ma solo le onde arrivavano a infrangersi ai suoi piedi.

- cosa speri di vedere all’orizzonte, bella fanciulla? – chiese una foca bianca, impietosita dalla tristezza del suo giovane volto.

- spero che un giorno torni il mio amato Occhio di Sole e che i suoi occhi facciano splendere tutta la baia, anche se sarà la notte più lunga e profonda dell’anno – rispose Tyra con la voce rotta dall’emozione.

- Lo aspetterai per sempre, mia bella fanciulla – disse la foca bianca – perchè il tuo amato contempla il diamante e il trono della Regina dei Ghiacci.

Stava già per rituffarsi tra le onde quando Tyra la richiamò.

- Foca bianca, ti prego, non andartene, ma dimmi: mi porteresti in groppa fino laggù?

La foca bianca la caricò sulla groppa, nuotò nel mare fino al Castello del Polo per certe sue vie segrete e giunse al lago che si apriva nella sala del trono.

Lì mille state di ghiaccio fissavano immobili il grande diamante su cui ora non sedeva nessuno, perchè la regina era in viaggio lontana.

Tyra cercò affannosamente fra tutte le statue e, quando finalmente riconobbe Occhio di Sole, gli saltò al collo stringendoselo forte forte al petto, piangendo di gioia e di dolore, perchè il ragazzo restava impietrito. Ed ecco che, d’un tratto, una lacrima cadde sul cuore del giovane paggio di ghiaccio che, come d’incnato, si svegliò, si guardò attorno confuso e, finalmente, dai suoi begli occhi sgorgarono calde lacrime di gioia.

Tyra e Occhio di Sole fuggirono insieme e, a cavallo della foca bianca, tornarono al loro villaggio dove, ancora oggi, vivono felici.

 

Viva forever Aprile 30, 2009

 

Come eravamo? Aprile 17, 2009

Molti genitori tracciano una linea di demarcazione in un giorno preciso della loro vita insieme. Il giorno che cambia per sempre la loro vita.

E che di solito corrisponde alla data di nascita del loro primogenito.

Non sono più una coppia, diventano una famiglia.

Non c’è più il week-end di shopping/ristorantino/cinema, ci sono grandi sorrisi senza dentini e passi commoventi, ma tutt’al più un DVD sul divano, una pizza ordinata a casa.

Non che con i figli non si facciano cose belle, che la vita si fermi che tutto diventa un dovere o una responsabilità. Non lo penso, non è così, è ancora più bello di prima.

Ci sono tanti momenti indimenticabili.

Ricordo albe affascinanti, profili delle montagne, bellissimi compleanni, viaggi avventurosi e perfino un meraviglioso pomeriggio di shopping alla ricerca di un vestitino da battesimo che a veva fatto dimenticare tutto, anche la fame, alla prole in marsupio.

Eppure le cose cambiano. I “nostri posti” diventano di tutti oppure non si frequentano più.  Le nostre canzoni vengono richieste come ninne nanne oppure in fretta sostituite da stella stellina o twinkle twinkle.

Poi…la dolce aria della primavera o il ritrovarsi noi due in quel pub che non frequentavamo da anni…

…come eravamo….ci diciamo

Non c’è bisogno di parlare. Sappiamo benissimo che cosa sente l’altro.

Dov’è finita la leggerezza che ci accompagnava in quegli anni?

Abbiamo lavorato duramente giorno e a volte notte. In tempi di crisi e nella nostra incertezza. Abbiamo cresciuto una prole con amore, entusiasmo e presenza costante.

Eppure anche di fronte ad una vita adulta e più dura, anche più dura di quella dei nostri genitori alla nostra età, eravamo riusciti a mantenere, almeno con un filo, la nostra leggerezza, a restare NOI.

La nostra linea di demarcazione ha un’altra data. La data di una fredda e nevosa mattina invernale.

Una mattina in cui qualcuno al nostro posto aveva deciso chi eravamo noi, i nostri familiari e i nostri amici più cari. E i giorni come quello continuano e continuano lasciandoci ogni volta senza parole.

Ma stiamo imparando da questa vicenda. Molto. Per citare Klee, è una croce che abbiamo imparato a portare, per quanto ingiusta e immeritata.

Ma in fondo stupisce? Era meritata e giusta la croce di Gesù? Non considero certo la mia esperienza paragonabile a quella di Nostro Signore, non mi avvicinerei neanche a pensarlo, nè a quella dei tanti crocefissi dei giorni nostri.

Paragono invece, e questa volta pienamente, il crucifige della folla e dei “sommi sacerdoti” di allora a quello di oggi, di domani, di sempre.

Ma la scintilla della primavera, il rewind alla nostra vita di coppietta innamorata ci fa ricordare che questo peso che ci è piombato sulle spalle non ci appartiene oggi come non ci è mai appartenuto. Appartiene a chi lo ha così violentemente lanciato.

E prima o poi le cose torneranno a posto. Tornerà l’ordine e la giustizia. Anche le date torneranno al posto giusto.

“Il Signore onnipotente e misericordioso
confermi il consenso
che avete manifestato davanti alla Chiesa
e vi ricolmi della sua benedizione.
L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce.”

In questa formula che pronuncia il sacerdote subito dopo le promesse matrimoniali, ho sempre visto molto di più di un divieto al divorzio.

E l’ho sempre visto come monito non tanto per gli sposi, quanto per il resto del mondo di non osare intralciare il disegno di amore che Dio ha per la famiglia che nasce quel giorno. Chi lo fa, o almeno ci prova, commette un peccato grave.

E non siamo noi l’unica famiglia ad avere come linea di demarcazione del proprio “come eravamo” quella fredda data.

 

Gli eventi che cambiano la vita Aprile 15, 2009

Durante una di queste tante celebrazioni pasquali, il sacerdote ha parlato degli eventi che sono capaci di cambiare la nostra vita.

E lo ha fatto raccondando una storia, piuttosto comune penso ma che deve averlo colpito molto, di una madre di un ragazzo adolescente che tempo fa si era rivolta a lui un po’ preoccupata. Suo figlio era proprio un bravo ragazzo, era molto fiera di lui. L’unico problema era che sembrava amasse davvero poco l’acqua e la doccia. Tornato da un campo scuola questo ragazzo era cambiato: trascorreva ora in bagno gran parte del suo tempo. La madre, più perplessa di prima, si chiedeva quale fosse il miracolo che lei per anni non era riuscita a compiere, per poi vedere che questo “miracolo” aveva i capelli lunghi ed era molto carina.

Penso alla mia vita e a quanti – diversi – eventi hanno avuto il potere di cambiarla. Di innescare quel meccanismo di trasformazione che la redazione del blog di Claudio Risè ritiene almeno in parte responsabile dell’accanimento contro Arkeon (“particolarmente irritante nel lavori di Arkeon sia risultato l’obiettivo di trasformazione perseguito dalle persone che li seguivano”), o di cui ha parlato Klee in un suo post.

In questi giorni è l’anniversario di un evento che ha, più di tutti gli altri, decisamente cambiato la mia vita.

Ed è stato un viaggio.

Un viaggio che non dimenticherò mai.

E ogni viaggio è un po’ come un film.

E ogni film ha la sua colonna sonora.

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Midge Ure – Breathe

With every waking breath I breathe
I see what life has dealt to me
With every sadness I deny
I feel a chance inside me die

Give me a taste of something new
To touch to hold to pull me through
Send me a guiding light that shines
Across this darkened life of mine

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
Breathe to make me breathe

For every man who built a home
A paper promise for his own
He fights against an open flow
Of lies and failures, we all know

To those who have and who have not
How can you live with what you¹ve got?
Give me a touch of something sure
I could be happy evermore

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
To see to make me breathe

Breathe your honesty
Breathe your innocence to me
Breathe your word and set me free
Breathe to make me breathe

This life prepares the strangest things
The dreams we dream of what life brings
The highest highs can turn around
To sow love¹s seeds on stony ground

Breathe
Breathe

Breathe some soul in me
Breathe your gift of love to me
Breathe life to lay ¹fore me
To see to make me breathe

Breathe your honesty
Breathe your innocence to me
Breathe your word and set me free
Breathe to make me breathe

 

Pasqua di Resurrezione Aprile 12, 2009

Un piccolo post oggi per augurare una felice Pasqua di Resurrezione a tutti voi che passate di qui,

Gesù che risorge porti la speranza in tutti i vostri cuori.

Fioridiarancio

 

Varcare una soglia Aprile 3, 2009

Ci sono certe cose che non si fanno.

La legge ne impone molte sia per ragioni di convivenza civile, sia – soprattutto – per motivazioni più profonde insite nel cuore dell’uomo che si riconducono a quello che viene chiamato il diritto naturale.

Le religioni ne impongono altre, che possono coincidere o divergere ma che a volte possono essere più restrittive della legge dello stato.

Poi ognuno ha la sua morale (formata attraverso la famiglia di origine, la scuola, le eseprienze individuali, le relazioni, l’amore, l’aver generato figli) che può stringere ancora di più il campo di quali sono le cose che si possono fare.

Tuttavia siamo nati liberi. Siamo nati liberi per lo stato e per nostro Signore (almeno per la visione che ho io di nostro Signore).

E abbiamo avuto un grande dono che la legge chiama infrazione o reato, la religione chiama peccato, la coscienza non so.

Ed è un aspetto che ho spesso ignorato nella vita. Ma, sarà che siamo in tempo di quaresima e ci avviciniamo velocemente al mistero della Santa Pasqua, sarà che la vita ci cambia, ma ultimamente penso molto al senso del peccato.

Credo davvero che non bisogna peccare, sia dal punto di vista laico che religioso. Credo che sia giusto comportarsi in maniera moralmente retta, fare delle scelte sulla base di che cosa è giusto o no. Anche solo per se stessi. Anche solo perchè “io certe cose non le faccio” perchè è quello in cui credo.

Ma sto scoprendo anche l’importanza del peccato, dell’errore. E ho una grande stima per chi ha varcato certe soglie del peccato e anche della morale e non è fuggito da se stesso e da Dio (per chi ci crede), ma ha dialogato con il suo “peccato”.

Perchè il peccato è quello che ci fa essere umani, è quello che ci impedisce di lapidare la Maddalena perchè in fondo, nel nostro cuore, siamo tutti come lei.

E’ quello che ci dona la compassione e la misericordia. E il perdono.

E non lo fa perchè mal comune mezzo gaudio, perchè vedere il tuo giustifica il mio, ma perchè se so come mi sento nell’errore, nella ricerca del perdono, non posso non comprendere le tue contraddizioni, la tua ricerca, il tuo errare, la tua umanità.

Conta, eccome se conta, quello che si fa o non si fa in sè. Ma conta altrettanto la capacità di dialogare con se stessi, davanti a quello che si fa o non si fa e davanti alle tentazioni che la vita ci offre.

 

La guerra di Piero Marzo 31, 2009

Credo che tutti conoscano la famosa canzone di Fabrizio De Andrè “La Guerra di Piero” di cui c’è il video in fondo al post.

Pensavo a questa canzone e mi chiedevo chi dei due ha fatto la cosa giusta.

Piero non ha sparato, ha preferito morire piuttosto che “vedere gli occhi di un uomo che muore”.

L’altro soldato no, ha preferito dover dialogare con se stesso per aver ucciso un uomo (era in guerra, chissà forse anche altri) piuttosto che morire.

Ovviamente parliamo di un contesto di guerra, dove la percezione di se stessi, del valore della vita, dell’essenziale credo sia molto diversa rispetto a quanto siamo abituati a vivere quotidianamente.

Eppure persone come Piero è documentato che anche in guerra esistevano, non è solo il romanticismo della canzone. Di eroi che erano normali uomini ce ne sono stati tanti.

Eppure ci sono state anche persone come il soldato che lo ha ucciso, anche queste persone normali, che però hanno fatto una scelta diversa.

Immaginavo la moglie di Piero, “Ninetta mia”- vedova, magari madre di figli piccoli cresciuti senza un padre- che raccontava ai suoi figli ormai grandi che il loro padre aveva preferito morire piuttosto che uccidere un altro essere umano.

Poi immaginavo l’altro soldato che raccontava ai suoi figli ormai grandi come è crudele la realtà della guerra e come ci si sente dovendosi prendere la responsabilità davanti a se stessi, ai propri figli e a Dio di aver ucciso un essere umano, seppure in condizioni disperate.

Oggi non vorrei cercare una risposta. Vorrei solo guardare le due esperienze.

E per trasporle alla vita comune inizio a chiedermi se fa più male il dolore che si riceve o quello che, magari anche involontariamente o inevitabilmente, si genera.

Inizio anche a pensare che una via, una specie di catarsi, in entrambi i sensi, sia riconoscere la verità, prendersi la responsabilità di entrambe le facce della medaglia, per scoprire che l’altro, quello che “ha il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore” non è diverso da me e che forse può esistere una strada che non genera dolore, ma lo supera e che avrebbe impedito ai due soldati di spararsi.

Ovviamente anche io sto romanzando e penso di spingermi oltre quello che De Andrè voleva raccontare.

Ma io l’ho sempre apprezzato per la sua capacità, nella semplicità della sua poesia, di non dare tutto per scontato, di mostrare un’altra parte della vita, di far nascere nella testa e nel cuore delle persone, domande di non facile soluzione.

 

L’amore… Marzo 30, 2009

Musica evocativa…dedicata al mio amore e a chi si ama…

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CARTE DA DECIFRARE – Ivano Fossati

L’amore è tutto carte da decifrare
e lunghe notti e giorni per imparare
io se avessi una penna ti scriverei
se avessi più fantasia ti disegnerei
su fogli di cristallo da frantumare

E guai se avessi un coltello per tagliare
ma se avessi più giudizio non lo negherei
che se avessi casa ti riceverei
che se facesse pioggia ti riparerei
che se facesse ombra ti ci nasconderei

Se fossi un vero viaggiatore t’avrei già incontrata
e ad ogni nuovo incrocio mille volte salutata
se fossi un guardiano ti guarderei
se fossi un cacciatore non ti caccerei
se fossi un sacerdote come un’orazione
con la lingua tra i denti ti pronuncerei
se fossi un sacerdote come un salmo segreto
con le mani sulla bocca ti canterei

Se avessi braccia migliori ti costringerei
se avessi labbra migliori ti abbatterei
se avessi buona la bocca ti parlerei
se avessi buone le parole ti fermerei
ad un angolo di strada io ti fermerei
ad una croce qualunque ti inchioderei

E invece come un ladro come un assassino
vengo di giorno ad accostare il tuo cammino
per rubarti il passo, il passo e la figura
e amarli di notte quando il sonno dura
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all’alba di altro amore
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all’alba di altro amore

Perché l’amore è carte da decifrare
e lunghe notti e giorni da calcolare
se l’amore è tutto segni da indovinare

Perdona
se non ho avuto il tempo di imparare
se io non ho avuto il tempo
di imparare.

 

Genitori? Non colpevoli! Marzo 29, 2009

Da quando sono madre dovrei esserne contenta.

Della china che sta prendendo l’opinione pubblica e – se non ho capito male- una frangia, quella più attiva mediaticamente, della psicologia moderna, una specie di teoria che chiamerei Il Non Colpevolismo dei Genitori.

Ovviamente parlo delle mie impressioni personali, fatte leggendo diverse fonti, che farei anche fatica a ritrovare per citarle, per cui potrei prendere delle cantonate.

Comunque, il non colpevolismo dei genitori per me si delinea in quella corrente di pensiero che tende a togliere, ogni giorno di più, le responsabilità sulla vita, sui comportamenti, sulla salute e sulle sofferenze dei figli ai genitori, con l’illusione di togliere loro quel peso, senz’altro devastante del senso di colpa.

E’ una corrente di pensiero che viaggia un po’ ovunque, per cui il guaio della canzone di Povia è l’aver ipotizzato una genesi familiare e non misteriosa/divina/genetica dell’omosessualità del suo protagonista; oppure di alcuni disturbi della personalità che un tempo, seppure con forme discutibili, erano ricondotte ai genitori.

Ma anche nel pensare comune è abbastanza diffusa questa mentalità.

Anni fa, quando ancora non ero sposata, sorpresi una mia collega di lavoro, visibilmente incinta, a fumare. Ignorante in fatto di gravidanze, le chiesi perchè lo faceva, visto che – perfino io – sapevo che faceva male al bambino. Mi rispose candidamente: “al bambino nuoce più il mio nervorsismo perchè non fumo di una sigaretta”.

Ora è noto che questa è una falsità.

Una madre non è perfetta. Ma sarebbe stato più onesto dire: sì lo so, gli fa male. Ma io sono dipendente dalle sigarette e non ce la faccio a smettere anche se ho ridotto più che potevo e mi sforzo più che posso.

Ma no, l’importante è che i genitori, soprattutto le madri, non si sentano in colpa, i figli staranno bene di conseguenza.

Non è prevista in questa teoria nessuna responsabilità, nessun senso di sacrificio, nessuna critica e di conseguenza, nessuna correzione.

Dicevo che ne dovrei essere contenta come madre.

Affiliarmi a questa mentalità mi permette di essere assolta su tutto. Non ci sono errori, non ci sono colpe, non ci sono responsabilità.

E invece no. Non lo sono.

Sia perchè credo che le cose non stanno così, sia perchè preferisco di gran lunga la responsabilità personale e lascio ad altri il determinismo misterioso/genetico/divino.

Preferisco guardarmi allo specchio e riconoscere i miei errori e trovare insieme ad essi le risorse per riparare.

E guardare negli occhi mio marito e la nostra prole e riconoscerci in un cammino di famiglia dove quello che ci offriamo siamo noi stessi con le nostre mancanze, ma anche con la capacità di prenderci le nostre responsabilità, di chiederci scusa, e di camminare insieme in questo grande mistero che è la vita.